A San Ferdinando il progetto ‘La corsa di Miguel’: racconti di discriminazioni e di battaglie vinte
«Lo sport è un mappamondo»:spiega Valerio Piccioni a bambini e ragazzi dell' Istituto"De Amicis – Giovanni XXIII°"
giovedì 29 gennaio 2026
Un progetto volto ad esaltare e promuovere non solo la bellezza e l'importanza dello sport – in particolare 'la maratona' (tema affrontato) ma anche i valori contro il razzismo e ogni forma di discriminazione: si tratta de 'La corsa di Miguel', un progetto presentato ai bambini e ai ragazzi dell' Istituto "De Amicis – Giovanni XXIII°"
Un evento questo che è stato svolto nella giornata odierna – 28 gennaio – presso l'Auditorium Michele Dell'Aquila con la partecipazione di Valerio Piccioni - giornalista con una lunga esperienza a La Gazzetta dello Sport, Antonio Rutigliano - delegato provinciale del CONI e Giuseppe Acquafredda - fiduciario comunale del CONI.
Il progetto 'La corsa di Miguel' ha inizio ventisei anni fa – esattamente il 9 gennaio del 2000 – una data certamente non casuale, si rifà infatti all'8 gennaio del 1978: giorno in cui Miguel Sanchez, podista e poeta argentino venne rapito da un commando paramilitare diventando uno dei quasi 30.000 deseparecidos vittime della dittatura.
La parola 'desaparesidos' significa 'scomparsi' - lo ha spiegato Valerio Piccioni ad un bambino che gli ha posto la domanda – affermando anche come nonostante di loro non si sappia ancora nulla, ciò che è importante ricordare sono i valori che gli stessi ci hanno lasciato: « Miguel diceva che lo sport serviva proprio per conoscere sé stessi».
«Lo sport, per esempio, all'inizio tira su un grande muro: il divieto alla partecipazione femminile. Per buttar giù questo muro ci sono volute tantissime battaglie, delle donne hanno perso queste battaglie, poi sono riuscite a vincerle - mostra poi delle immagini – questa ragazza greca si chiamava Stamata Revíthi. Lei viene a sapere che nel 1896, nella sua città – Atene- si svolgono le Olimpiadi ed ha un grande sogno, quello di gareggiare nella gara più bella, più faticosa, più affascinante: la maratona. Arriva alla partenza di questa gara, nella località di Maratona, e insiste per iscriversi alla stessa: erano già iscritti gli atleti maschi – indicandoli nell'immagine – poi c'era il sacerdote, il sindaco, il capo della guardia reale che sono gli organizzatori di questa maratona. Stamata vuole correre e gli organizzatori le dicono che non può correre in quanto donna. Stamata insiste e si piazza sul rettilineo di partenza e non fa partire la gara maschile. A questo punto gli organizzatori non sanno che fare: portarla via con la forza? Nel momento in cui le Olimpiadi dovrebbero celebrare l'incontro tra i popoli, ovviamente è una scelta che non si può affrontare. Farla gareggiare? No, perché in quel momento – 1896 – l'idea che si aveva è che le donne proprio la parola sport non dovessero neanche pronunciarla» - continua il giornalista Piccioni spiegando come gli organizzatori trovino una soluzione: promettono a Stamata che – se lei avesse lasciato che la gara maschile iniziasse – loro l'avrebbero aspettata il giorno dopo presso lo stadio Panathinaik per celebrare il suo sforzo. Ma Stamata – dopo aver corso per cinque ore – trova le porte chiuse.
Nomina poi un'altra maratoneta che ha fatto la storia: Kathrine Switzer, una ragazza amante della corsa di fondo, che si allena assiduamente e che ha un unico grande sogno: partecipare ad una gara, gareggiando anche lei come gli uomini. Decide di partecipare alla maratona di Boston del 1967 iscrivendosi con le sole iniziali del suo nome e cognome – non avrebbe mentito sull'identità e allo stesso tempo nessuno avrebbe pensato che si trattasse di una donna – così da poter ricevere la pettorina con il numero ed essere ufficialmente iscritta alla gara. Inizierà la gara indossando un enorme giaccone per non essere notata, lo toglierà durante la maratona e nel momento in cui verrà scoperta e afferrata da uno dei giudici della gara, Tom Miller – fidanzato e lanciatore di martello della nazionale – spazzerà via lo stesso giudice facendo in modo che Kati continui la sua maratona: in quel momento Kathrine Switzer vinse la prima di tante battaglie.
Parla poi di Paola Pigni – indicando una foto che la raffigura – spiegando come questa donna abbia percorso nel 1970 una maratona e sia considerata «l'italiana che ha insegnato le italiane a correre» .
Una serie di traguardi raggiunti da donne valorose e desiderose di ricevere gli stessi diritti degli uomini: un risultato non ancora pienamente raggiunto – ci spiega il giornalista Piccioni in quanto: « Le donne non sono ancora protagoniste nel dirigere le federazioni sportive; 48 uomini e solo due donne».
Prosegue Valerio Piccioni parlando di un altro tipo di discriminazione; quella subita nel 1936 da Sohn Kee Chung, il maratoneta coreano che vinse – stabilendo un record olimpico - la maratona delle Olimpiadi di Berlino. Una vittoria amara, mostrata dal viso deluso del giovane durante la premiazione - in quanto costretto a gareggiare non solo con i colori del Giappone – all'epoca invasore della Corea – ma senza neanche il suo nome vero, gli fu dato infatti il nome giapponese Son Kitei, nome che continua a comparire nella lista dei partecipanti alla maratona dell'epoca.
Termina Valerio Piccioni raccontando la sua esperienza durante la maratona del 28 ottobre 1981, della quale afferma non ricordare neanche la posizione raggiunta affermando che: «Lo sport è bello aldilà della classifica, aldilà dell'ordine di arrivo», ma della stessa ricorda l'entusiasmo – con la conseguente energia derivante - della gente che osservava e l'ascolto del 'mappamondo': vennero infatti pronunciate tutte le nazioni gareggianti, come a ribadire la bellezza dello sport fatto insieme, senza discriminazioni ed esclusioni.
Un evento questo che è stato svolto nella giornata odierna – 28 gennaio – presso l'Auditorium Michele Dell'Aquila con la partecipazione di Valerio Piccioni - giornalista con una lunga esperienza a La Gazzetta dello Sport, Antonio Rutigliano - delegato provinciale del CONI e Giuseppe Acquafredda - fiduciario comunale del CONI.
Il progetto 'La corsa di Miguel' ha inizio ventisei anni fa – esattamente il 9 gennaio del 2000 – una data certamente non casuale, si rifà infatti all'8 gennaio del 1978: giorno in cui Miguel Sanchez, podista e poeta argentino venne rapito da un commando paramilitare diventando uno dei quasi 30.000 deseparecidos vittime della dittatura.
La parola 'desaparesidos' significa 'scomparsi' - lo ha spiegato Valerio Piccioni ad un bambino che gli ha posto la domanda – affermando anche come nonostante di loro non si sappia ancora nulla, ciò che è importante ricordare sono i valori che gli stessi ci hanno lasciato: « Miguel diceva che lo sport serviva proprio per conoscere sé stessi».
«Lo sport, per esempio, all'inizio tira su un grande muro: il divieto alla partecipazione femminile. Per buttar giù questo muro ci sono volute tantissime battaglie, delle donne hanno perso queste battaglie, poi sono riuscite a vincerle - mostra poi delle immagini – questa ragazza greca si chiamava Stamata Revíthi. Lei viene a sapere che nel 1896, nella sua città – Atene- si svolgono le Olimpiadi ed ha un grande sogno, quello di gareggiare nella gara più bella, più faticosa, più affascinante: la maratona. Arriva alla partenza di questa gara, nella località di Maratona, e insiste per iscriversi alla stessa: erano già iscritti gli atleti maschi – indicandoli nell'immagine – poi c'era il sacerdote, il sindaco, il capo della guardia reale che sono gli organizzatori di questa maratona. Stamata vuole correre e gli organizzatori le dicono che non può correre in quanto donna. Stamata insiste e si piazza sul rettilineo di partenza e non fa partire la gara maschile. A questo punto gli organizzatori non sanno che fare: portarla via con la forza? Nel momento in cui le Olimpiadi dovrebbero celebrare l'incontro tra i popoli, ovviamente è una scelta che non si può affrontare. Farla gareggiare? No, perché in quel momento – 1896 – l'idea che si aveva è che le donne proprio la parola sport non dovessero neanche pronunciarla» - continua il giornalista Piccioni spiegando come gli organizzatori trovino una soluzione: promettono a Stamata che – se lei avesse lasciato che la gara maschile iniziasse – loro l'avrebbero aspettata il giorno dopo presso lo stadio Panathinaik per celebrare il suo sforzo. Ma Stamata – dopo aver corso per cinque ore – trova le porte chiuse.
Nomina poi un'altra maratoneta che ha fatto la storia: Kathrine Switzer, una ragazza amante della corsa di fondo, che si allena assiduamente e che ha un unico grande sogno: partecipare ad una gara, gareggiando anche lei come gli uomini. Decide di partecipare alla maratona di Boston del 1967 iscrivendosi con le sole iniziali del suo nome e cognome – non avrebbe mentito sull'identità e allo stesso tempo nessuno avrebbe pensato che si trattasse di una donna – così da poter ricevere la pettorina con il numero ed essere ufficialmente iscritta alla gara. Inizierà la gara indossando un enorme giaccone per non essere notata, lo toglierà durante la maratona e nel momento in cui verrà scoperta e afferrata da uno dei giudici della gara, Tom Miller – fidanzato e lanciatore di martello della nazionale – spazzerà via lo stesso giudice facendo in modo che Kati continui la sua maratona: in quel momento Kathrine Switzer vinse la prima di tante battaglie.
Parla poi di Paola Pigni – indicando una foto che la raffigura – spiegando come questa donna abbia percorso nel 1970 una maratona e sia considerata «l'italiana che ha insegnato le italiane a correre» .
Una serie di traguardi raggiunti da donne valorose e desiderose di ricevere gli stessi diritti degli uomini: un risultato non ancora pienamente raggiunto – ci spiega il giornalista Piccioni in quanto: « Le donne non sono ancora protagoniste nel dirigere le federazioni sportive; 48 uomini e solo due donne».
Prosegue Valerio Piccioni parlando di un altro tipo di discriminazione; quella subita nel 1936 da Sohn Kee Chung, il maratoneta coreano che vinse – stabilendo un record olimpico - la maratona delle Olimpiadi di Berlino. Una vittoria amara, mostrata dal viso deluso del giovane durante la premiazione - in quanto costretto a gareggiare non solo con i colori del Giappone – all'epoca invasore della Corea – ma senza neanche il suo nome vero, gli fu dato infatti il nome giapponese Son Kitei, nome che continua a comparire nella lista dei partecipanti alla maratona dell'epoca.
Termina Valerio Piccioni raccontando la sua esperienza durante la maratona del 28 ottobre 1981, della quale afferma non ricordare neanche la posizione raggiunta affermando che: «Lo sport è bello aldilà della classifica, aldilà dell'ordine di arrivo», ma della stessa ricorda l'entusiasmo – con la conseguente energia derivante - della gente che osservava e l'ascolto del 'mappamondo': vennero infatti pronunciate tutte le nazioni gareggianti, come a ribadire la bellezza dello sport fatto insieme, senza discriminazioni ed esclusioni.