Giovanni Falcone e il coraggio di osare: un incontro in occasione del 34^ anniversario della strage di Capaci - FOTO
Gli studenti dell’Istituto “Dell’Aquila-Staffa” incontrano l’ex magistrato Giannicola Sinisi e Daniela Marcone
mercoledì 27 maggio 2026
19.48
In occasione del 34^ anniversario della strage di Capaci è stato svolto nella giornata di ieri 27 maggio – presso la Sala Rossa della Biblioteca civica Marino Piazzolla - un incontro dal titolo: "Giovanni Falcone: il coraggio di osare" nel quale l'ex magistrato e operatore sociale Giannicola Sinisi e la referente nazionale dell'associazione Libera per l'area memoria Daniela Marcone hanno incontrato gli alunni dell'istituto 'Dell'Aquila-Staffa' e la cittadinanza.
Il consigliere comunale Vincenzo Todisco ha moderato l'incontro con i due relatori. Presenti anche il sindaco Michele Lamacchia, l'assessora alle politiche sociali Cinzia Petrignano e l'assessora alle attività produttive Daniela Rondinone.
Durante l'evento ci si è concentrati sul giudice Giovanni Falcone e – in modo particolare - sulle vittime di mafia pugliesi, in passato particolarmente dimenticate.
«Aveva un entusiasmo nel fare le cose che doveva fare senza nessun cenno di arretramento. Quindi è bellissima quella espressione che ci ha affidato tante volte – inizia così l'ex magistrato Sinisi - il coraggio ci vuole, insieme alla paura, perché chi ha il coraggio e anche la paura sa come vivere in maniera consapevole e non incosciente»: – riferendosi alla parola scelta dalla maggior parte dei ragazzi dopo aver chiesto loro quale sia l'arma più efficace per sconfiggere la mafia.
Spiega inoltre ai ragazzi quanto anche la paura sia fondamentale: «Perché la paura ti aiuta a capire dove stia la frattura. Non solo è giusta ma è anche una buona consigliera»
Ricorda inoltre Giannicola Sinisi tutti i corpi speciali nati grazie allo stesso Falcone: «Ha costruito tutto l'armamentario che io – per tutti questi anni, fino all'anno scorso - ho usato per combattere la criminalità organizzata, come i reparti specializzati della polizia: Ros, Sco, Dia li ha inventati Giovanni Falcone tra il maggio 1991 e l'ottobre del 1991».
Continua poi Daniela Marcone, figlia di Francesco Marcone: funzionario pubblico che per aver svolto con tenacia i suoi doveri contro ogni sopruso è stato ucciso per mano mafiosa nell'androne di casa sua il 31 marzo 1995. Daniela ha ricordato la difficoltà nel vivere un lutto così forte a 26 anni, soprattutto perché al dolore per un padre scomparso si aggiunge un'altra presenza: la persona che ha commesso il reato. Ha spiegato durante l'incontro come suo padre sia stato lasciato solo e lei e la sua famiglia lasciati altrettanto soli dalle persone più vicine, ma appoggiati da quelle più lontane, come alcune scolaresche con i loro insegnanti che iniziarono a mandare - all'epoca - lettere di incoraggiamento.
«A me è successo molte volte, ai tempi in cui è stato ucciso papà, di partecipare a delle iniziative in ricordo di Giovanni Falcone e di essere invitata per parlare anche di mio padre. Oggi si ricorda chi è Francesco Marcone, ma all'epoca – di fatti – non c'era questa conoscenza, quindi io dovevo fare tanta fatica». Continua Daniela esprimendo la domanda che più volte aveva posto a sé stessa: «Possibile che il mio territorio non si renda conto che forse raccontare sempre di una storia accaduta a Palermo, ignorando – perché era questo che a livello culturale accadeva – che quello che accade intorno a noi è un male per i giovani?»: evidenziando quanto sia importante ricordare che tutto questo accade anche nella nostra quotidianità e bisogna riconoscerlo.
Ribadisce inoltre Daniela Marcone una condizione che – purtroppo – ha riguardato sia Giovanni Falcone, sia suo padre Francesco Marcone: l'essere lasciati soli.
«Quello che vorrei che passasse anche un po' del mio racconto è come ognuno di noi nel proprio ruolo, a partire anche dall'essere persone giovani che studiano, in ogni ambiente che frequentiamo possa effettuare la propria scelta. E se anche non ci capita di fare questo, bisogna contribuire a costruire una comunità che accoglie chi deve fare delle scelte difficili, perché mio padre è stato ucciso anche perché era solo. Non dobbiamo più lasciare sole le persone che trovano la forza, il coraggio, che comunque fanno la scelta di denunciare e segnalare quello che non funziona nelle piccole cose, come nelle grandi cose. Dobbiamo sempre essere una comunità e questo va costruito perché ancora non ci siamo»
Alla fine dell'incontro i ragazzi – attraverso l'uso di post it – hanno posto domande anonime ai relatori che si sono rivelate profonde e piene di significato. L'evento si è concluso con la consegna di targhe onorifiche al magistrato Giannicola Sinisi e a Daniela Marcone per l'impegno profuso nel ricordo delle vittime di mafia.
Il consigliere comunale Vincenzo Todisco ha moderato l'incontro con i due relatori. Presenti anche il sindaco Michele Lamacchia, l'assessora alle politiche sociali Cinzia Petrignano e l'assessora alle attività produttive Daniela Rondinone.
Durante l'evento ci si è concentrati sul giudice Giovanni Falcone e – in modo particolare - sulle vittime di mafia pugliesi, in passato particolarmente dimenticate.
«Aveva un entusiasmo nel fare le cose che doveva fare senza nessun cenno di arretramento. Quindi è bellissima quella espressione che ci ha affidato tante volte – inizia così l'ex magistrato Sinisi - il coraggio ci vuole, insieme alla paura, perché chi ha il coraggio e anche la paura sa come vivere in maniera consapevole e non incosciente»: – riferendosi alla parola scelta dalla maggior parte dei ragazzi dopo aver chiesto loro quale sia l'arma più efficace per sconfiggere la mafia.
Spiega inoltre ai ragazzi quanto anche la paura sia fondamentale: «Perché la paura ti aiuta a capire dove stia la frattura. Non solo è giusta ma è anche una buona consigliera»
Ricorda inoltre Giannicola Sinisi tutti i corpi speciali nati grazie allo stesso Falcone: «Ha costruito tutto l'armamentario che io – per tutti questi anni, fino all'anno scorso - ho usato per combattere la criminalità organizzata, come i reparti specializzati della polizia: Ros, Sco, Dia li ha inventati Giovanni Falcone tra il maggio 1991 e l'ottobre del 1991».
Continua poi Daniela Marcone, figlia di Francesco Marcone: funzionario pubblico che per aver svolto con tenacia i suoi doveri contro ogni sopruso è stato ucciso per mano mafiosa nell'androne di casa sua il 31 marzo 1995. Daniela ha ricordato la difficoltà nel vivere un lutto così forte a 26 anni, soprattutto perché al dolore per un padre scomparso si aggiunge un'altra presenza: la persona che ha commesso il reato. Ha spiegato durante l'incontro come suo padre sia stato lasciato solo e lei e la sua famiglia lasciati altrettanto soli dalle persone più vicine, ma appoggiati da quelle più lontane, come alcune scolaresche con i loro insegnanti che iniziarono a mandare - all'epoca - lettere di incoraggiamento.
«A me è successo molte volte, ai tempi in cui è stato ucciso papà, di partecipare a delle iniziative in ricordo di Giovanni Falcone e di essere invitata per parlare anche di mio padre. Oggi si ricorda chi è Francesco Marcone, ma all'epoca – di fatti – non c'era questa conoscenza, quindi io dovevo fare tanta fatica». Continua Daniela esprimendo la domanda che più volte aveva posto a sé stessa: «Possibile che il mio territorio non si renda conto che forse raccontare sempre di una storia accaduta a Palermo, ignorando – perché era questo che a livello culturale accadeva – che quello che accade intorno a noi è un male per i giovani?»: evidenziando quanto sia importante ricordare che tutto questo accade anche nella nostra quotidianità e bisogna riconoscerlo.
Ribadisce inoltre Daniela Marcone una condizione che – purtroppo – ha riguardato sia Giovanni Falcone, sia suo padre Francesco Marcone: l'essere lasciati soli.
«Quello che vorrei che passasse anche un po' del mio racconto è come ognuno di noi nel proprio ruolo, a partire anche dall'essere persone giovani che studiano, in ogni ambiente che frequentiamo possa effettuare la propria scelta. E se anche non ci capita di fare questo, bisogna contribuire a costruire una comunità che accoglie chi deve fare delle scelte difficili, perché mio padre è stato ucciso anche perché era solo. Non dobbiamo più lasciare sole le persone che trovano la forza, il coraggio, che comunque fanno la scelta di denunciare e segnalare quello che non funziona nelle piccole cose, come nelle grandi cose. Dobbiamo sempre essere una comunità e questo va costruito perché ancora non ci siamo»
Alla fine dell'incontro i ragazzi – attraverso l'uso di post it – hanno posto domande anonime ai relatori che si sono rivelate profonde e piene di significato. L'evento si è concluso con la consegna di targhe onorifiche al magistrato Giannicola Sinisi e a Daniela Marcone per l'impegno profuso nel ricordo delle vittime di mafia.