Rendimenti e valute lontane: perché i risparmiatori italiani guardano al debito dei Paesi anglosassoni

Approfondimento speciale

martedì 20 ottobre 2026 14.46
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Il BTP, per una certa generazione di italiani, è stato a lungo qualcosa di simile al mattone: una cosa che si compra perché la compravano i genitori, perché in banca te lo proponevano senza troppi giri di parole, perché lo Stato, alla fine, paga. Poi è arrivata l'era dei tassi a zero, quella in cui i titoli pubblici rendevano poco o niente, e molti risparmiatori hanno cominciato per la prima volta a guardarsi intorno, aprendo un conto su una piattaforma di trading online o chiedendo al consulente cosa ci fosse oltre i confini di casa. Da lì è partita una curiosità che oggi non si è spenta, anche se i rendimenti italiani sono tornati su livelli decenti. Le obbligazioni governative estere, soprattutto quelle di Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia, compaiono nei portafogli di famiglie che dieci anni fa non avrebbero saputo dire che cosa fosse un Gilt. Il fascino è comprensibile: Paesi solidi, istituzioni che funzionano, mercati enormi. Il problema, che molti scoprono dopo, sta tutto in una parola, cioè valuta.

Treasury americani, Gilt britannici e debito australiano

Partiamo dal più grande. I Treasury statunitensi formano il mercato obbligazionario più liquido del pianeta, al punto che quando scoppia una crisi da qualche parte nel mondo i capitali tendono a correre lì, quasi per riflesso, anche se la crisi è nata proprio negli Stati Uniti (cosa che è successa, e che dice parecchio sul ruolo del dollaro). Si trovano scadenze di ogni tipo, dai pochi mesi ai trent'anni, e venderli non è mai un problema.

I Gilt britannici hanno alle spalle secoli di storia e una reputazione che pochi possono vantare. Eppure nell'autunno del 2022 bastò un piano fiscale accolto malissimo dai mercati per far crollare i prezzi in pochi giorni, costringere la Banca d'Inghilterra a intervenire e accompagnare alle dimissioni un primo ministro. Un promemoria utile: l'affidabilità di un emittente non mette al riparo dalla volatilità.

L'Australia è un caso diverso, più tranquillo e per certi versi più interessante. Ha il massimo rating dalle principali agenzie, un debito pubblico in rapporto al PIL che in Europa farebbe invidia a quasi tutti, e rendimenti che spesso superano quelli tedeschi. Chi valuta i titoli di Stato australiani di solito lo fa cercando proprio questa combinazione, un emittente molto solido che paga qualcosa in più del Bund, e la ricerca ha una sua logica. Bisogna solo tenere presente che cosa c'è dentro il pacchetto, oltre alla cedola.

Rischio di cambio e dollaro australiano

Chi compra un Treasury incassa dollari. Chi compra un Gilt, sterline. Chi compra un titolo emesso a Canberra sul mercato domestico, dollari australiani. Il risparmiatore italiano, però, fa la spesa in euro, e ogni cedola va convertita al cambio del giorno. Sembra un dettaglio tecnico, poi si fanno due conti: un titolo che rende il 4% annuo, se nel frattempo la valuta estera perde il 7% contro l'euro, chiude il periodo in perdita, nonostante l'emittente abbia pagato tutto, puntualmente, fino all'ultimo centesimo. Vale anche al contrario, naturalmente, e un apprezzamento della moneta può gonfiare il guadagno ben oltre la cedola. Il punto è che quella parte del risultato non dipende dallo Stato emittente ma da forze che nessun risparmiatore controlla.

Il dollaro australiano, poi, ha un carattere tutto suo. Gli operatori lo chiamano valuta delle materie prime, perché l'economia del Paese vive in buona parte di minerale di ferro, carbone, gas e prodotti agricoli venduti all'Asia, e alla Cina più che a chiunque altro. Quando Pechino compra, il dollaro australiano sale; quando la domanda rallenta, scende. Detto in modo un po' brutale, chi tiene titoli australiani in valuta locale scommette anche sulla salute dell'industria cinese, che lo sappia o no.

Esistono strade per evitarlo. Alcuni enti pubblici e agenzie di questi Paesi emettono obbligazioni direttamente in euro, e lì il problema del cambio sparisce. Oppure si passa da fondi ed ETF con copertura valutaria, che neutralizzano le oscillazioni pagando però un costo, piccolo ma costante, che rosicchia una parte del rendimento.

Diversificazione del portafoglio oltre i BTP

Perché complicarsi la vita, allora? La risposta onesta è la diversificazione del portafoglio. Tenere tutto in titoli italiani significa legare i propri risparmi a un solo Stato, a una sola economia, agli umori di un solo Parlamento, e chi ricorda lo spread sopra i 500 punti nel 2011 sa bene che effetto faccia. Una quota di debito di Paesi con cicli economici diversi attenua questa dipendenza, e nel lungo periodo può rendere il valore complessivo degli investimenti meno nervoso.

Serve però un po' di disciplina, e anche un po' di pazienza nel leggere le schede prodotto, che sono noiose ma dicono cose importanti: in che valuta è denominato il titolo, quanto è facile rivenderlo sulla piattaforma che si usa, come viene tassato (per i titoli esteri le regole non coincidono sempre con quelle dei BTP). Il rendimento più alto in tabella, da solo, non spiega niente. Spiega molto di più chiedersi perché è più alto, e se un consulente indipendente aiuta a trovare la risposta, tanto meglio.