Il dialetto sanferdinandese e le sue origini: tra ricordi, storia e tradizione
Il dialetto sanferdinandese e le sue origini: tra ricordi, storia e tradizione
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Il dialetto sanferdinandese e le sue origini: tra ricordi, storia e tradizione

In occasione della Giornata nazionale dei dialetti e delle lingue locali ricordiamo le origini della lingua sanferdinandese

San Ferdinando di Puglia, come tanti paeselli, porta con sé una tradizione linguistica – patrimonio immateriale – che si radica nel suo dialetto. Un dialetto che nel tempo – come tutti – ha acquisito e acquisisce nuove forme, nuovi termini mentre altri cadono in disuso.
In occasione della Giornata nazionale dei dialetti e delle lingue locali – che si celebra nella giornata odierna 17 gennaio – abbiamo quindi deciso di intraprendere un breve percorso che ci aiuta a meditare e ricordare il passato – facendo memoria del dialetto di un tempo e di come lo stesso, con il passare degli anni e delle generazioni, si sia trasformato.

Abbiamo quindi chiesto al prof. Carmine Gissi (ex sindaco ed ex dirigente scolastico) di aiutarci a percorrere questa strada fatta di tradizione, di storia e di tanti ricordi.

Quali sono le origini del dialetto sanferdinandese?
"Il nostro dialetto è quello dei coloni che vennero a popolare la collina di San Cassano nel 1847. Essi parlavano la stessa lingua dialettale, con qualche lieve variazione, degli abitanti della vicina Barletta, perché abitavano a loro volta le Reali Saline, oggi Margherita di Savoia. Naturalmente, dopo la fondazione della colonia, il dialetto dei primitivi coloni fu arricchito e trasformato da coloro che si trasferirono a San Ferdinando di Puglia dai Comuni viciniori, soprattutto del Nord barese-ofantino, in particolare da Canosa, Andria, Corato, Trani, Bisceglie, Terlizzi. Basta leggere il Dizionario Dialettale Sanferdinandese di Salvatore Piazzolla (1982) ed il Dizionario del Dialetto Salinaro di Emanuele Amoroso (1986), testi fondamentali per capire le origini del nostro dialetto".

Se dovessimo mettere a confronto il dialetto parlato dalla generazione più anziana e da quella più giovane si potrebbero riscontrare differenze? Se sì, sarebbero sostanziali?
"Certamente ci sono differenze, come ci sono fra il dialetto parlato dai nostri padri e dai nostri nonni rispetto a quello di un secolo fa. Il dialetto, come tutte le lingue strutturate, cambiano e si trasformano come le persone, perché subiscono l'influenza del tempo che passa, della introduzione di nuovi vocaboli e modi di dire, di espressioni e sentimenti sorti da nuovi contesti sociali e relazionali, nuove strutture lessicali e costruzioni sintattiche originate dalla influenza di nuovi linguaggi. Ingabbiare il dialetto in regole grammaticali ha solo la funzione di tramandare specifiche costruzioni linguistiche e facilitarne la comprensione per i non-parlanti. Per cogliere la natura del dialetto in un particolare momento storico è molto più importante la produzione letteraria, poetica e memorialistica".

Potrebbe parlare di qualche termine dialettale magari passato in disuso, che un tempo era ben noto?
"Il nostro dialetto nasce in un contesto essenzialmente agricolo ed esprime quel mondo e quella cultura, nomina gli oggetti utilizzati in quel contesto che oggi non esistono più ed esprime sentimenti ed emozioni "eterne", cioè appartenenti a tutti i tempi, ma con i riferimenti ad una società fortemente legata alla terra ed al lavoro dei campi. Gli esempi potrebbero essere numerosissimi. Due indicazioni per tutte. Difficilmente un giovane d'oggi intenderebbe il termine dialettale scutrezzate, "affaticato", che Piazzolla nel suo Dizionario (pag.256) indica come voce contadina, "sentire forti dolori alla colonna vertebrale (rachideo)" in seguito a sforzi fatti durante i lavori di cavatura o zappatura, o perché sofferente di reumatismi. Ugualmente in disuso sono termini come stingenate, "percosso con calci negli stinchi" (Piazzolla, pag.280) o sdremnate, "sterminato, nel senso di dare ad una persona una dura lezione per una cattiva azione commessa" (Piazzolla, pag.257). Del resto basta leggere la bella poesia di Tonino Abbattista, Cìcene, Orcio, (dalla raccolta Aspìtte n'àte pìcche, pag.32) per avere la nomenclatura di tutti i recipienti che nelle case di una volta si utilizzavano per le attività domestiche e che ora non esistono più: cìcene, fasèine, gnetoure, tijedde, sckafàire, vecatòure, rasòule, pegnatìedde, cambasèdde, salzarjedde, renàile, vecàile, ciùquelatàire, …"
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