La sanferdinandese Susanna Dell’Aquila vince il Premio Calvino 2026 con il racconto ‘I malipensieri’

Un cortocircuito tra fede e superstizione nell’epoca dei nonni: con una Call dedicata alla narrativa breve

venerdì 31 luglio 2026 19.47
A cura di Anna Verzicco
C'è chi le storie dei nonni non vuole più ascoltarle perché ripetitive, c'è chi invece trae dai loro racconti preziosi una narrativa: è quello che ha fatto Susanna Dell'Aquila, una ragazza sanferdinandese di 29 anni.

Susanna – grazie a questa narrativa breve dal nome 'I malipensieri' – ha fuso la fede e la superstizione dei nonni con una prospettiva personale vincendo non solo la "Call dedicata alla narrativa breve" del Premio Calvino 2026 (al Salone del Libro di Torino) ma regalando, custodendo e impremendo il passato di una generazione che non tornerà mai più.

A questo proposito abbiamo chiesto a Susanna di raccontarsi, spiegando come tutto è iniziato.

Di cosa parla il tuo racconto e come è nata l'idea dello stesso?
«Il racconto è nato nel contesto della Call per narrativa breve del Premio Calvino, il cui direttivo, quest'anno, ha scelto come tema portante quello dell'inquietudine. Per diversi giorni ho pensato a come declinare questo concetto: le idee si sono mosse dalla tecnologia a ipotetiche situazioni di spaesamento, per poi approdare al folklore.

Così ho provato a delineare una storia in cui le credenze e la religione avessero contorni così labili da fluire l'una nell'altra, e in cui non fosse mai davvero chiaro di chi potersi fidare. Un aiuto indispensabile è arrivato da mia nonna che, in una delle nostre chiacchierate quotidiane, mi ha raccontato un episodio della sua infanzia, poi diventato centrale per la narrazione: quello di una donna infuriata, perché convinta del fatto che il suo appartamento si stesse restringendo a causa delle spinte impresse dai vicini sulle pareti.
Da lì, poi, è venuto tutto il resto».

Come ti sei sentita quando hai scoperto di aver vinto il primo premio?
«Felice e grata.

Felice, perché questa Call è stata una bella sfida a staffetta: prima abbiamo inviato un incipit che, in poco meno di duemila battute, doveva catturare l'interesse del direttivo, il quale ha poi selezionato qualche decina di partecipanti, cui ha chiesto di consegnare il racconto completo. Alla fine, in dieci abbiamo concorso per il premio della giuria tecnica e per quello del pubblico. I testi dei finalisti erano molto diversi tra loro: alcuni toccanti, altri sagaci, altri ancora stranianti.

Tutti, però, avevano in comune una bellezza innegabile. Perciò, arrivare a questa conclusione non era affatto scontato.

Poi, mi sono sentita davvero grata perché non avrei vinto il premio del pubblico se non avessi ricevuto così tante attestazioni di stima e affetto, come è avvenuto. Il mio racconto è stato letto e apprezzato e, sebbene la scrittura sia spesso un atto solitario, io ho avuto la fortuna di avere tante persone con cui parlarne e di cui sentire pareri e opinioni.
E anche questo non è mai un fatto banale».

Ci sono progetti futuri inerenti la tua scrittura?
«I miei progetti, al momento, riguardano la narrativa breve, cui sto cercando di dedicarmi con costanza. Nelle giornate dello scrittore (mi hanno detto quelli bravi) una manciata di ore deve essere sempre dedicata al computer, alla penna, agli appunti, ai libri e a qualsiasi cosa stimoli la fantasia e l'ispirazione.

Io sto imparando a ritagliarmi questo spazio e a rubacchiare idee e parole qua e là: le note del mio telefono, negli ultimi mesi, sono lunghi elenchi di idee, non sempre facili da decifrare.
I miei progetti, quindi, sono acerbi, ma non vedono l'ora di maturare».

Cosa consiglieresti a chi, come te, vorrebbe dare voce al passato attraverso la scrittura?
«Il mio consiglio è quello di ascoltare, guardarsi intorno e fare le orecchie ai libri. Sto sperimentando quanto, per scrivere, sia importante porsi in dialogo con gli altri e, nel caso in cui si voglia raccontare il passato (ma non solo in quello, in realtà), serve farlo con nonni, zii e anziani.

Questo perché la loro voce è in grado di restituirci un mondo fatto di quotidianità, consuetudini e storie, che altrimenti andrebbero perse.

Il gioco, per me, è poi reinterpretare ciò che apprendo e farlo vivere in racconti che fungano da piccoli quadri di un mondo lontano.

Il finale del testo, ad esempio, trae spunto da un'altra abitudine popolare raccontatami da nonna: quella, cioè, di tentare di arginare i temporali contrapponendo alla loro violenza la protezione dei santi, le cui immaginette venivano gettate nell'acqua piovana.

Questa scena è stata folgorante e si è prestata molto bene a raccontare il cortocircuito tra fede e superstizione. E poi ci sono, ancora, la letteratura, come anche i film e i saggi.

Serve tutto e costruirsi una buona bibliografia è sempre un ottimo punto di partenza, per creare un dialogo continuo tra le storie in cui ci imbattiamo e quelle che scegliamo di custodire».