Precariato e stipendi al palo: la voce di Michele Ferrante sulle falle della scuola italiana
Precariato e stipendi al palo: la voce di Michele Ferrante sulle falle della scuola italiana
Scuola e Lavoro

Precariato e stipendi al palo: la voce di Michele Ferrante sulle falle della scuola italiana

Un sistema che distrugge anche i ragazzi: «La continuità didattica è azzerata da un turnover continuo di docenti»

Un mondo – quello dello scuola – costruito su un castello di carte che può crollare da un momento all'altro. L'amarezza e lo sconforto sono i sentimenti che più caratterizzano il mondo dei docenti che – all'inizio di un nuovo anno scolastico – si trovano ad affrontare le stesse problematiche di ogni anno: dal precariato agli stipendi troppo bassi che mal si adattano all'inflazione cresciuta negli ultimi anni in Italia.

A parlarne è Michele Ferrante, sanferdinandese, insegnante di scienze ormai da diversi anni e consigliere comunale presso il comune di San Ferdinando di Puglia.

Michele – vincitore di concorso – si trova ad affrontare per il sesto anno consecutivo il problema del precariato a causa di gestioni organizzative non fluide e trasparenti.

Cosa l'ha spinta a mettere in evidenza il problema del precariato?
«La spinta non nasce solo da questioni personali, ma da un profondo senso di ingiustizia collettiva e dalla ferita aperta del concorso PNRR 1. Ero convinto, insieme a tanti colleghi, che quella fosse la volta buona per rientrare nel contingente e ottenere il ruolo. Invece ci siamo ritrovati davanti a un concorso che per la prima volta non era abilitativo, privo di tutele reali e senza una graduatoria ufficiale trasparente per gli idonei. Da quella delusione cocente è nato l'impegno nel gruppo 'Idonei Precari per la Scuola' guidato da Luigi Sofia, per portare avanti una battaglia che riguarda tutta la categoria.

Io ho 33 anni, ho conseguito doppie abilitazioni (sulle classi di concorso A050 e A034), sono idoneo al PNRR 1 e vincitore del PNRR 3. Sulla carta rappresento esattamente il profilo che il Ministero dice di voler valorizzare. Nella realtà, sto affrontando il mio sesto anno di precariato. Questa frattura insanabile tra la propaganda e la realtà dei fatti è ciò che mi ha spinto a denunciare il sistema».

Cosa ha vissuto e cosa continua a vivere lì da quando è entrato nel mondo della scuola?
«Ho vissuto sulla mia pelle un meccanismo burocratico che disorienta e logora i lavoratori. In sei anni ho cambiato 10 scuole, arrivando a firmare 10 contratti diversi in un solo anno. Oggi la situazione è ulteriormente aggravata da storture sistemiche evidenti: penso alle riserve, come quella per il servizio civile, che permettono a chi non ha mai insegnato di scavalcare docenti con anni di gavetta e titoli, alimentando una paradossale guerra tra poveri.

A questo si aggiunge la criticità temporale delle disponibilità: spesso le cattedre intere o i posti che completano l'orario si formano o 'cicciano fuori' in un secondo momento, per i motivi più svariati (deroghe, pensionamenti tardivi, assestamenti di organico).

Ma l'algoritmo e le procedure attuali ti incastrano su spezzoni ridotti — come quest'anno, in cui mi trovo a lavorare su 12 ore nella A034 — e quando le cattedre piene o i completamenti si rendono disponibili, la macchina amministrativa non permette di recuperarli in modo fluido.

Il diritto al completamento orario, sulla carta previsto, si scontra con ostacoli operativi che lasciano il docente bloccato nel limbo della parcellizzazione».

Cosa determina questa situazione e in che modo pensa si possa porre rimedio?
«A determinare tutto ciò è stata una precisa scelta politica e gestionale che, soprattutto dal 2023 in poi, ha puntato a comprimere la spesa attraverso la parcellizzazione dell'organico, eliminando la flessibilità e riducendo le ore di completamento e disposizione.

Ma c'è un punto economico che non si può più tacere: gli stipendi del personale scolastico sono vergognosamente inadeguati. Ci troviamo di fronte ad aumenti salariali irrisori che non coprono in alcun modo l'inflazione e il costo della vita, riducendo spesso la retribuzione di un docente — specie se precario, costretto a spostarsi continuamente o a subire spezzoni ridotti — a cifre che non rispecchiano minimamente la responsabilità e la dignità di una professione intellettuale.

A tutto questo si unisce la conseguenza più grave per i ragazzi: questo sistema sta distruggendo la scuola pubblica. La continuità didattica è azzerata da un turnover continuo di docenti che cambiano anno dopo anno.

Per porre rimedio servono interventi strutturali inderogabili: Aumenti salariali veri e consistenti, che restituiscano dignità economica e valore sociale alla professione docente, allineandola al resto d'Europa. Ripristinare una gestione flessibile delle ore di completamento per trasformare gli spezzoni in cattedre piene. Garantire certezze e tempistiche certe per l'immissione in ruolo dei vincitori di concorso, superando logiche di graduatoria che dilatano i tempi per anni. Rivedere i criteri di accesso e le riserve affinché premino chi ha reale esperienza didattica e professionalità acquisita sul campo.

Il costo delle inefficienze organizzative e della svalutazione economica dello Stato non può continuare a essere scaricato sulla professionalità dei docenti e sulla qualità dell'istruzione offerta ai ragazzi».

Michele inoltre evidenzia come gli stipendi miseri degli insegnanti si riversino inevitabilmente sulla famiglia: «Guadagno 1.050 euro al mese e aspetto il mio quarto figlio». Ma se il consigliere Ferrante parla di situazioni da risolvere all'interno del sistema scuola, altre persone commentano sottolineando il suo 'errore' nel mettere al mondo quattro figli: «Visto che sei precario, avresti dovuto pensare due volte prima di mettere al mondo il quarto figlio» oppure: «Se lo stipendio non basta, fai meno figli», tra la folla si distingue invece un ragazzo che esordisce dicendo:

«È sconcertante leggere tanta cattiveria e una simile mancanza di empatia nei commenti. Mettere al mondo dei figli e scegliere la famiglia non è una colpa, è una ricchezza. Oggi si venera il dio denaro e si critica chi investe sugli affetti dimenticando che un figlio ha bisogno della presenza dei genitori, non solo dei loro soldi. La vera irresponsabilità non è di Michele, ma di uno Stato che considera l'istruzione l'ultima delle priorità. Parliamo di docenti qualificati e abilitati, essenziali per la crescita educativa e affettiva dei nostri ragazzi, lasciati nel limbo del precariato a 1000 euro al mese e costretti a spendere mezzo stipendio solo per andare a lavorare. Massima solidarietà a questo insegnante: chi educa il futuro del Paese merita stabilità e dignità, non questa totale incertezza».




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