A San Ferdinando arriva la tanto attesa festa patronale: un intreccio di fede e tradizioni
«San Ferdinando, prima ancora di custodirci, scuotici»: parla il parroco della Chiesa Madre, don Mimmo Marrone
venerdì 28 agosto 2026
12.24
A San Ferdinando - come ogni anno – è giunto il momento della tanto attesa Festa Patronale: tre giorni in cui fede e tradizioni si intrecciano e tutti i sanferdinandesi si riuniscono attorno al proprio santo.
Tra Celebrazioni Eucaristiche, processione e condivisione del senso di appartenenza al Santo Patrono, faranno da cornice anche le luminarie e gli ambienti addobbati a festa: bancarelle, coperte che riempiranno i balconi e decorazioni di ogni genere, come quelle create attraverso l'arte del tombolo.
Ma la Festa trova spazio tra le 'macerie del cuore' che hanno scosso i sanferdinandesi a causa di diversi avvenimenti spiacevoli che hanno intaccato l'equilibrio del paese. A questo proposito abbiamo intervistato il parroco della Chiesa Madre, don Mimmo Marrone.
Don Mimmo, arriva la festa patronale in un momento particolarmente delicato per San Ferdinando di Puglia. Che significato assume quest'anno la celebrazione del nostro Patrono?
«Credo che quest'anno, più che in altre occasioni, la festa patronale non possa essere soltanto il ritorno di una tradizione. Certamente ci saranno la preghiera, la liturgia, la processione, gli incontri e tutto ciò che appartiene alla storia religiosa e civile della nostra comunità. Ma una festa patronale, se vogliamo viverla seriamente, deve diventare anche un momento nel quale una città si ferma e si guarda dentro. Per questo mi piacerebbe che, celebrando San Ferdinando III, non ci limitassimo a ricordare un santo del passato. Dovremmo permettere alla sua figura di rivolgere una domanda al nostro presente: che cosa stiamo facendo della nostra città? E, soprattutto, quale città vogliamo diventare?»
San Ferdinando III fu un re, un uomo di potere. Che cosa può dire oggi una figura come la sua a una piccola città del Sud come San Ferdinando di Puglia?
«Può dire moltissimo. San Ferdinando fu certamente un uomo del suo tempo, con tutte le luci e le ombre della storia medievale. Non possiamo trasferire meccanicamente nel nostro presente la sua esperienza politica e militare. Ma c'è una domanda che attraversa tutta la sua vicenda e che rimane straordinariamente attuale: a chi deve rispondere chi esercita il potere? A San Ferdinando viene attribuita una frase molto forte: «Temo più la maledizione di una povera vecchia che un intero esercito di Mori». Al di là del linguaggio storico dell'epoca, il significato è chiarissimo: chi esercita il potere dovrebbe avere più paura dell'ingiustizia commessa contro una persona debole che della minaccia proveniente da chi è potente.
Ecco, questa è una domanda che riguarda tutti. Chi amministra una città. Chi ricopre un ruolo istituzionale. Chi ha responsabilità nella Chiesa. Ma anche ciascuno di noi, perché tutti, in qualche ambito della nostra vita, esercitiamo una forma di potere. La domanda non è: «Quanto potere ho?». La domanda dovrebbe essere: «Che cosa sto facendo del potere che mi è stato affidato?»
Lei parla di potere, ma San Ferdinando di Puglia sta vivendo una fase nella quale proprio il rapporto tra potere, istituzioni e legalità è al centro delle preoccupazioni della comunità. Che cosa sente di dire alla città?
«Direi anzitutto che non dobbiamo avere paura della verità. Una città non si ama nascondendone le ferite. Ma non la si ama neppure umiliandola, dipingendola come se fosse irrimediabilmente perduta. Una comunità adulta deve essere capace di guardarsi allo specchio. San Ferdinando sta attraversando una stagione delicata, nella quale sono emersi interrogativi, preoccupazioni, tensioni e ferite profonde. Non possiamo far finta che non esistano. Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare tutto questo in una guerra tra fazioni, in una caccia permanente al nemico o nella soddisfazione di poter finalmente dire: «Ve l'avevo detto». Una città non guarisce né con la rimozione né con la vendetta. Guarisce con la verità, con l'assunzione delle responsabilità, con la capacità di riconoscere gli errori e con la volontà di cambiare. Forse dobbiamo avere il coraggio di dirci tutti, senza puntare subito il dito contro qualcun altro: se questa città presenta delle ferite, dobbiamo chiederci anche quando abbiamo smesso di accorgercene, quando abbiamo preferito tacere, quando abbiamo pensato che certe cose non ci riguardassero».
Un problema che - per don Mimmo - non è soltanto di chi governa, ma anche dei cittadini stessi: «Sarebbe troppo comodo pensarlo. Certamente chi ha responsabilità pubbliche ha doveri particolari. Chi amministra deve amministrare nell'interesse di tutti, non di qualcuno. Chi esercita un potere deve sapere che quel potere non gli appartiene: gli è stato affidato temporaneamente.
Ma anche i cittadini devono interrogarsi. Ogni volta che chiediamo un favore invece di pretendere un diritto, ogni volta che cerchiamo una scorciatoia, ogni volta che difendiamo qualcuno soltanto perché è «dei nostri», ogni volta che mettiamo l'appartenenza prima della verità, contribuiamo a indebolire il tessuto civile della nostra città».
In questo quadro, che cosa può fare la Chiesa?
«Anzitutto, la Chiesa non può pensare di essere al di sopra della città. La Chiesa vive dentro San Ferdinando. Ne condivide le speranze, le contraddizioni, le paure, le ferite. Anche noi dobbiamo continuamente interrogarci sulla nostra coerenza. La Chiesa non deve diventare un partito e non deve offrire coperture a nessuno. Non può essere il luogo nel quale cercare benedizioni per rafforzare il proprio potere o la propria immagine. La fede non può essere una decorazione. Non basta occupare i primi posti nelle celebrazioni. Non basta partecipare a una processione. Non basta esibire simboli religiosi. Se la fede è autentica, non ci autorizza a dominare di più. Ci obbliga a servire meglio. Il Vangelo non appartiene a una parte politica. Ma questo non significa che sia neutrale davanti all'ingiustizia. Il Vangelo chiede di stare dalla parte della dignità delle persone, della verità, della giustizia e del bene comune».
In questa intervista lei sembra voler coinvolgere soprattutto i cittadini. Qual è, allora, la domanda che vorrebbe rivolgere personalmente a ogni sanferdinandese?
«Ne farei una molto semplice: che cosa posso fare io perché San Ferdinando sia una città migliore? Non: che cosa devono fare gli altri? Non: chi deve risolvere il problema? Ma: io che cosa posso cambiare?Forse posso essere più corretto, forse posso rifiutare un compromesso. Forse posso smettere di diffondere una calunnia sui social.Forse posso evitare di trasformare ogni discussione in uno scontro personale. Forse posso educare meglio i miei figli. Forse posso denunciare una situazione ingiusta. Forse posso semplicemente interessarmi di più alla mia città. Il cambiamento di una comunità non avviene tutto in una volta. Comincia quando un numero sufficiente di persone decide che non vuole più essere spettatore».
E ai giovani che cosa vorrebbe dire?
«Vorrei dire loro di non permettere a nessuno di rubare la speranza. Capisco le difficoltà. Capisco la precarietà, la mancanza di opportunità, la tentazione di pensare che per costruirsi un futuro sia necessario andare via. Molti giovani, probabilmente, dovranno cercare altrove il proprio lavoro e la propria strada. Ma non devono perdere il legame con questa terra e, soprattutto, non devono rinunciare a immaginare una città diversa. Una città nella quale non sia necessario conoscere qualcuno per ottenere ciò che spetta a tutti. Una città nella quale la dignità non dipenda dal cognome, dalle relazioni o dalle appartenenze. Una città nella quale la politica torni ad essere servizio. Una città nella quale sia possibile essere onesti senza sentirsi ingenui. Ai giovani direi: non abituatevi mai a ciò che è sbagliato soltanto perché lo avete sempre visto. Ogni generazione ha il diritto, e forse anche il dovere, di chiedere agli adulti una città migliore di quella che ha ricevuto».
C'è un'immagine della vita di San Ferdinando che la colpisce particolarmente?
«Sì. Il fatto che, secondo la tradizione, alla fine della sua vita volle essere sepolto con l'abito francescano. Un re che aveva portato una corona e che sceglie di presentarsi davanti alla morte con un abito di povertà. È un'immagine straordinaria. Perché ci ricorda che, alla fine, le corone cadono. Le cariche finiscono. I ruoli passano. I palazzi si svuotano. Le stagioni politiche cambiano. E allora forse la domanda non sarà: «Quante persone ti hanno applaudito?» Sarà: «Chi hai difeso quando non poteva difendersi da solo?» Non saremo giudicati soltanto per ciò che abbiamo conquistato, ma anche per ciò che abbiamo custodito».
Se potesse rivolgere una preghiera conclusiva al Patrono per San Ferdinando di Puglia, quale sarebbe?
«Direi così:
San Ferdinando, nostro Patrono, custodisci la nostra città. Ma insegnaci anche a custodirci gli uni gli altri. Proteggici dall'indifferenza. Proteggici dalla rassegnazione. Proteggici dalla cultura del silenzio, quando il silenzio diventa complicità. Proteggici dalla violenza delle parole e dall'odio che divide. Ma proteggici anche dalla falsa pace, da quella tranquillità che non nasce dalla giustizia, ma dalla paura di disturbare.
Rendici cittadini e non sudditi. Rendici amministratori capaci di servire e non padroni. Rendici una comunità capace di discutere senza distruggersi. E soprattutto, insegnaci che San Ferdinando di Puglia non è proprietà di qualcuno. Non è di un partito. Non è di un gruppo. Non è di una famiglia. Non è di una cerchia di persone. San Ferdinando è di tutti. E, soprattutto, appartiene anche a coloro che verranno dopo di noi. Per questo, San Ferdinando, prima ancora di chiederci di proteggere la nostra città, chiediamo a te di fare qualcosa di più.
Scuotici.
Scuotici quando ci abituiamo al male. Scuotici quando preferiamo tacere. Scuotici quando difendiamo i nostri interessi dimenticando il bene comune. Scuotici quando pensiamo che la responsabilità sia sempre di qualcun altro. Perché solo una città che ha il coraggio di riconoscere le proprie ferite può davvero cominciare a guarire. E solo una comunità che decide di sentirsi responsabile del proprio futuro può sperare di costruirlo davvero. San Ferdinando, intercedi per noi. E aiutaci a diventare degni della città che portiamo nel cuore e del futuro che vogliamo consegnare ai nostri figli».
Tra Celebrazioni Eucaristiche, processione e condivisione del senso di appartenenza al Santo Patrono, faranno da cornice anche le luminarie e gli ambienti addobbati a festa: bancarelle, coperte che riempiranno i balconi e decorazioni di ogni genere, come quelle create attraverso l'arte del tombolo.
Ma la Festa trova spazio tra le 'macerie del cuore' che hanno scosso i sanferdinandesi a causa di diversi avvenimenti spiacevoli che hanno intaccato l'equilibrio del paese. A questo proposito abbiamo intervistato il parroco della Chiesa Madre, don Mimmo Marrone.
Don Mimmo, arriva la festa patronale in un momento particolarmente delicato per San Ferdinando di Puglia. Che significato assume quest'anno la celebrazione del nostro Patrono?
«Credo che quest'anno, più che in altre occasioni, la festa patronale non possa essere soltanto il ritorno di una tradizione. Certamente ci saranno la preghiera, la liturgia, la processione, gli incontri e tutto ciò che appartiene alla storia religiosa e civile della nostra comunità. Ma una festa patronale, se vogliamo viverla seriamente, deve diventare anche un momento nel quale una città si ferma e si guarda dentro. Per questo mi piacerebbe che, celebrando San Ferdinando III, non ci limitassimo a ricordare un santo del passato. Dovremmo permettere alla sua figura di rivolgere una domanda al nostro presente: che cosa stiamo facendo della nostra città? E, soprattutto, quale città vogliamo diventare?»
San Ferdinando III fu un re, un uomo di potere. Che cosa può dire oggi una figura come la sua a una piccola città del Sud come San Ferdinando di Puglia?
«Può dire moltissimo. San Ferdinando fu certamente un uomo del suo tempo, con tutte le luci e le ombre della storia medievale. Non possiamo trasferire meccanicamente nel nostro presente la sua esperienza politica e militare. Ma c'è una domanda che attraversa tutta la sua vicenda e che rimane straordinariamente attuale: a chi deve rispondere chi esercita il potere? A San Ferdinando viene attribuita una frase molto forte: «Temo più la maledizione di una povera vecchia che un intero esercito di Mori». Al di là del linguaggio storico dell'epoca, il significato è chiarissimo: chi esercita il potere dovrebbe avere più paura dell'ingiustizia commessa contro una persona debole che della minaccia proveniente da chi è potente.
Ecco, questa è una domanda che riguarda tutti. Chi amministra una città. Chi ricopre un ruolo istituzionale. Chi ha responsabilità nella Chiesa. Ma anche ciascuno di noi, perché tutti, in qualche ambito della nostra vita, esercitiamo una forma di potere. La domanda non è: «Quanto potere ho?». La domanda dovrebbe essere: «Che cosa sto facendo del potere che mi è stato affidato?»
Lei parla di potere, ma San Ferdinando di Puglia sta vivendo una fase nella quale proprio il rapporto tra potere, istituzioni e legalità è al centro delle preoccupazioni della comunità. Che cosa sente di dire alla città?
«Direi anzitutto che non dobbiamo avere paura della verità. Una città non si ama nascondendone le ferite. Ma non la si ama neppure umiliandola, dipingendola come se fosse irrimediabilmente perduta. Una comunità adulta deve essere capace di guardarsi allo specchio. San Ferdinando sta attraversando una stagione delicata, nella quale sono emersi interrogativi, preoccupazioni, tensioni e ferite profonde. Non possiamo far finta che non esistano. Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare tutto questo in una guerra tra fazioni, in una caccia permanente al nemico o nella soddisfazione di poter finalmente dire: «Ve l'avevo detto». Una città non guarisce né con la rimozione né con la vendetta. Guarisce con la verità, con l'assunzione delle responsabilità, con la capacità di riconoscere gli errori e con la volontà di cambiare. Forse dobbiamo avere il coraggio di dirci tutti, senza puntare subito il dito contro qualcun altro: se questa città presenta delle ferite, dobbiamo chiederci anche quando abbiamo smesso di accorgercene, quando abbiamo preferito tacere, quando abbiamo pensato che certe cose non ci riguardassero».
Un problema che - per don Mimmo - non è soltanto di chi governa, ma anche dei cittadini stessi: «Sarebbe troppo comodo pensarlo. Certamente chi ha responsabilità pubbliche ha doveri particolari. Chi amministra deve amministrare nell'interesse di tutti, non di qualcuno. Chi esercita un potere deve sapere che quel potere non gli appartiene: gli è stato affidato temporaneamente.
Ma anche i cittadini devono interrogarsi. Ogni volta che chiediamo un favore invece di pretendere un diritto, ogni volta che cerchiamo una scorciatoia, ogni volta che difendiamo qualcuno soltanto perché è «dei nostri», ogni volta che mettiamo l'appartenenza prima della verità, contribuiamo a indebolire il tessuto civile della nostra città».
In questo quadro, che cosa può fare la Chiesa?
«Anzitutto, la Chiesa non può pensare di essere al di sopra della città. La Chiesa vive dentro San Ferdinando. Ne condivide le speranze, le contraddizioni, le paure, le ferite. Anche noi dobbiamo continuamente interrogarci sulla nostra coerenza. La Chiesa non deve diventare un partito e non deve offrire coperture a nessuno. Non può essere il luogo nel quale cercare benedizioni per rafforzare il proprio potere o la propria immagine. La fede non può essere una decorazione. Non basta occupare i primi posti nelle celebrazioni. Non basta partecipare a una processione. Non basta esibire simboli religiosi. Se la fede è autentica, non ci autorizza a dominare di più. Ci obbliga a servire meglio. Il Vangelo non appartiene a una parte politica. Ma questo non significa che sia neutrale davanti all'ingiustizia. Il Vangelo chiede di stare dalla parte della dignità delle persone, della verità, della giustizia e del bene comune».
In questa intervista lei sembra voler coinvolgere soprattutto i cittadini. Qual è, allora, la domanda che vorrebbe rivolgere personalmente a ogni sanferdinandese?
«Ne farei una molto semplice: che cosa posso fare io perché San Ferdinando sia una città migliore? Non: che cosa devono fare gli altri? Non: chi deve risolvere il problema? Ma: io che cosa posso cambiare?Forse posso essere più corretto, forse posso rifiutare un compromesso. Forse posso smettere di diffondere una calunnia sui social.Forse posso evitare di trasformare ogni discussione in uno scontro personale. Forse posso educare meglio i miei figli. Forse posso denunciare una situazione ingiusta. Forse posso semplicemente interessarmi di più alla mia città. Il cambiamento di una comunità non avviene tutto in una volta. Comincia quando un numero sufficiente di persone decide che non vuole più essere spettatore».
E ai giovani che cosa vorrebbe dire?
«Vorrei dire loro di non permettere a nessuno di rubare la speranza. Capisco le difficoltà. Capisco la precarietà, la mancanza di opportunità, la tentazione di pensare che per costruirsi un futuro sia necessario andare via. Molti giovani, probabilmente, dovranno cercare altrove il proprio lavoro e la propria strada. Ma non devono perdere il legame con questa terra e, soprattutto, non devono rinunciare a immaginare una città diversa. Una città nella quale non sia necessario conoscere qualcuno per ottenere ciò che spetta a tutti. Una città nella quale la dignità non dipenda dal cognome, dalle relazioni o dalle appartenenze. Una città nella quale la politica torni ad essere servizio. Una città nella quale sia possibile essere onesti senza sentirsi ingenui. Ai giovani direi: non abituatevi mai a ciò che è sbagliato soltanto perché lo avete sempre visto. Ogni generazione ha il diritto, e forse anche il dovere, di chiedere agli adulti una città migliore di quella che ha ricevuto».
C'è un'immagine della vita di San Ferdinando che la colpisce particolarmente?
«Sì. Il fatto che, secondo la tradizione, alla fine della sua vita volle essere sepolto con l'abito francescano. Un re che aveva portato una corona e che sceglie di presentarsi davanti alla morte con un abito di povertà. È un'immagine straordinaria. Perché ci ricorda che, alla fine, le corone cadono. Le cariche finiscono. I ruoli passano. I palazzi si svuotano. Le stagioni politiche cambiano. E allora forse la domanda non sarà: «Quante persone ti hanno applaudito?» Sarà: «Chi hai difeso quando non poteva difendersi da solo?» Non saremo giudicati soltanto per ciò che abbiamo conquistato, ma anche per ciò che abbiamo custodito».
Se potesse rivolgere una preghiera conclusiva al Patrono per San Ferdinando di Puglia, quale sarebbe?
«Direi così:
San Ferdinando, nostro Patrono, custodisci la nostra città. Ma insegnaci anche a custodirci gli uni gli altri. Proteggici dall'indifferenza. Proteggici dalla rassegnazione. Proteggici dalla cultura del silenzio, quando il silenzio diventa complicità. Proteggici dalla violenza delle parole e dall'odio che divide. Ma proteggici anche dalla falsa pace, da quella tranquillità che non nasce dalla giustizia, ma dalla paura di disturbare.
Rendici cittadini e non sudditi. Rendici amministratori capaci di servire e non padroni. Rendici una comunità capace di discutere senza distruggersi. E soprattutto, insegnaci che San Ferdinando di Puglia non è proprietà di qualcuno. Non è di un partito. Non è di un gruppo. Non è di una famiglia. Non è di una cerchia di persone. San Ferdinando è di tutti. E, soprattutto, appartiene anche a coloro che verranno dopo di noi. Per questo, San Ferdinando, prima ancora di chiederci di proteggere la nostra città, chiediamo a te di fare qualcosa di più.
Scuotici.
Scuotici quando ci abituiamo al male. Scuotici quando preferiamo tacere. Scuotici quando difendiamo i nostri interessi dimenticando il bene comune. Scuotici quando pensiamo che la responsabilità sia sempre di qualcun altro. Perché solo una città che ha il coraggio di riconoscere le proprie ferite può davvero cominciare a guarire. E solo una comunità che decide di sentirsi responsabile del proprio futuro può sperare di costruirlo davvero. San Ferdinando, intercedi per noi. E aiutaci a diventare degni della città che portiamo nel cuore e del futuro che vogliamo consegnare ai nostri figli».