Un professore fuori dagli schemi: il sanferdinandese Roberto Di Muro conquista il mondo scolastico con la sua empatia
«Viva la capacità di adattamento degli studenti e viva la diversità tra i docenti»: questo il messaggio del docente
giovedì 18 giugno 2026
La scuola, un posto tendenzialmente considerato dagli studenti: monotono, noioso, ripetitivo, sterile, a tratti logorante. Ma con il professor Roberto Di Muro questi conti non tornano: 'cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambia', ma in questo caso cambiando l'approccio con gli studenti il risultato cambia eccome.
Il professor Di Muro insegna matematica da circa sette anni: ha iniziato a Milano e recentemente ha scelto di tornare nel suo paese d'origine – San Ferdinando di Puglia – per continuare il suo percorso ma a stretto contatto con le sue radici.
Nel corso degli anni si è particolarmente contraddistinto per i suoi metodi di insegnamento alternativi: non un rigido insegnante che si limita a spiegare, mettere voti e far fare compiti in classe, ma un docente attento agli stati d'animo dei ragazzi e soprattutto al loro bisogno di uscire – ogni tanto – da quelli schemi rigidi nei quali a volte si sentono prigionieri.
Abbiamo chiesto allora al prof. Di Muro di parlarci della sua esperienza.
Come e quando ha deciso di intraprendere il percorso dell' insegnamento?
«Ho deciso di intraprendere il percorso dell'insegnamento nell'estate del 2019. In quel periodo lavoravo a Milano come contabile, in un'azienda situata in Piazza Duomo, ma mi rendevo conto ogni giorno di più che quel lavoro non mi dava gli stimoli che cercavo e non mi faceva sentire realizzato. L'arrivo della pandemia da Covid-19 ha rappresentato uno spartiacque nella mia vita: il periodo di fermo mi ha dato l'opportunità di riflettere profondamente sul mio futuro professionale e di capire definitivamente che quel settore non faceva per me. Ho così deciso di seguire un consiglio che mia madre, insegnante di matematica e scienze, mi aveva sempre dato nel corso degli anni e che fino a quel momento non avevo mai realmente preso in considerazione. Da lì ho iniziato a formarmi, a frequentare corsi di specializzazione e a costruire il percorso che mi ha permesso di entrare nelle graduatorie scolastiche di Milano e di intraprendere la professione che oggi svolgo con grande passione».
Quali sono le azioni che ha adottato nell'ambito dell'insegnamento per mostrare più vicinanza ed empatia nei confronti dei suoi alunni?
«L'empatia nei confronti dei miei studenti nasce dalla mia esperienza personale. Durante le scuole superiori ero balbuziente e soffrivo di blocchi durante le interrogazioni orali. Questo mi penalizzava molto, nonostante negli scritti ottenessi risultati eccellenti. All'epoca non esistevano le misure compensative e dispensative di oggi, quindi ho dovuto affrontare questa difficoltà facendo affidamento soprattutto sulla mia determinazione.
Con il tempo, grazie anche all'esperienza come animatore e DJ, sono riuscito a superare gran parte di queste paure. Il contatto con il pubblico mi ha aiutato a sviluppare sicurezza e, soprattutto, una maggiore sensibilità verso le emozioni degli altri.
Quando ho firmato il mio primo incarico scolastico, nel dicembre 2020, ho promesso a me stesso di diventare il professore che avrei voluto avere da studente: un insegnante capace di trasmettere conoscenze, ma anche di comprendere paure, difficoltà e stati d'animo dei ragazzi.
Per questo ho cercato di creare lezioni serene e coinvolgenti, spesso arricchite da momenti di leggerezza e sorrisi. Ho inoltre introdotto le "giornate premio", piccoli riconoscimenti per valorizzare l'impegno degli studenti. Nel corso degli anni ho distribuito marshmallow come premio per attività e sfide didattiche, mentre nel periodo natalizio sono solito festeggiare portando panettoni e pandori in tutte le mie classi. Quest'anno ho aggiunto anche una "mystery box": una scatola con un foro da cui gli studenti potevano pescare un portachiavi emoji in versione peluche.
A fine anno ho inoltre organizzato un "Kahoot Challenge" strutturato in più manches, con quiz ideati da me e costruiti su misura per i miei ragazzi, completi di spareggi e finale. Ho curato personalmente anche la conduzione vocale dell'evento, portando in classe l'esperienza maturata nel mondo dell'animazione. Come premi ho messo in palio otto buoni cena McDonald's e diversi buoni colazione.
Premetto che l'empatia non significa essere Babbo Natale. Tuttavia, il concetto di premio rientra nel percorso educativo che ho costruito per mantenere un clima gioviale, positivo e sorridente, soprattutto in una disciplina spesso percepita come poco amata, come la matematica. Credo che l'empatia si costruisca attraverso la vicinanza, l'ascolto, la fiducia reciproca e anche mediante piccoli gesti capaci di rendere la scuola un luogo più accogliente e motivante».
Pian piano lei si è fatto spazio anche nell'ambito dei social: come é nata questa nuova realtà e quale obiettivo persegue?
«Sinceramente non ho mai dato un'importanza eccessiva ai social. Tutto è nato quasi per caso alcuni anni fa, quando realizzammo un TikTok in classe. Una mia studentessa faceva finta di cantare al microfono mentre io e il resto della classe, al momento del ritornello, accendevamo le torce dei cellulari illuminando l'aula completamente al buio. Quel video ottenne un successo inaspettato, raggiungendo tante centinaia di migliaia di visualizzazioni e arrivando a sfiorare il milione.
Successivamente ho rimosso quei contenuti, anche perché oggi la normativa scolastica è giustamente molto più attenta e rigorosa sotto questi aspetti. Tuttavia, proprio grazie a quel TikTok sono stato contattato dal Corriere della Sera di Milano, che mi definì una figura non convenzionale nel mondo della scuola.
In seguito, la mia esperienza è stata raccontata attraverso articoli pubblicati dal Corriere della Sera di Milano, da Orizzonte Scuola, da Scuola.net e, più recentemente, da TGcom24 di Mediaset.
Credo che i social possano essere uno strumento utile per comunicare e condividere idee, ma non siano affatto indispensabili. Vanno utilizzati con equilibrio e spirito critico, perché spesso restituiscono un'immagine della realtà molto distante da quella vera. Personalmente cerco di usarli per trasmettere un messaggio positivo e per far conoscere il mio modo di vivere la scuola: un lavoro che svolgo con passione e nel quale metto sempre il cuore, soprattutto nel rapporto con i miei studenti».
Cosa direbbe al mondo della scuola: alunni e insegnanti?
«Al mondo della scuola, agli studenti e agli insegnanti, direi un concetto che ho già avuto modo di esprimere anche attraverso altre testate giornalistiche. Non è indispensabile che tutti i docenti siano empatici allo stesso modo, così come non è indispensabile che tutti adottino lo stesso metodo di insegnamento. I ragazzi hanno bisogno di confrontarsi con figure diverse: dal docente più empatico a quello meno empatico, da quello più dolce a quello più severo. Questo perché la scuola deve preparare alla vita reale e al mondo del lavoro, dove si incontreranno persone con caratteri e approcci molto differenti.
Proprio questa capacità di adattamento permette agli studenti di sviluppare una delle competenze più importanti in assoluto: il problem solving. Allo stesso tempo, anche gli insegnanti dovrebbero imparare ad accettare metodi diversi dai propri, pur senza necessariamente condividerli. La diversità rappresenta una ricchezza e costituisce un valore fondamentale all'interno della scuola.
Se in matematica 1 più 1 fa sempre 2, nella diversità molto spesso 1 più 1 fa 3, perché dall'incontro tra due idee differenti può nascere una terza idea ancora migliore. Per questo il messaggio che desidero lasciare è semplice: viva la capacità di adattamento degli studenti e viva la diversità tra i docenti».
Il professor Di Muro insegna matematica da circa sette anni: ha iniziato a Milano e recentemente ha scelto di tornare nel suo paese d'origine – San Ferdinando di Puglia – per continuare il suo percorso ma a stretto contatto con le sue radici.
Nel corso degli anni si è particolarmente contraddistinto per i suoi metodi di insegnamento alternativi: non un rigido insegnante che si limita a spiegare, mettere voti e far fare compiti in classe, ma un docente attento agli stati d'animo dei ragazzi e soprattutto al loro bisogno di uscire – ogni tanto – da quelli schemi rigidi nei quali a volte si sentono prigionieri.
Abbiamo chiesto allora al prof. Di Muro di parlarci della sua esperienza.
Come e quando ha deciso di intraprendere il percorso dell' insegnamento?
«Ho deciso di intraprendere il percorso dell'insegnamento nell'estate del 2019. In quel periodo lavoravo a Milano come contabile, in un'azienda situata in Piazza Duomo, ma mi rendevo conto ogni giorno di più che quel lavoro non mi dava gli stimoli che cercavo e non mi faceva sentire realizzato. L'arrivo della pandemia da Covid-19 ha rappresentato uno spartiacque nella mia vita: il periodo di fermo mi ha dato l'opportunità di riflettere profondamente sul mio futuro professionale e di capire definitivamente che quel settore non faceva per me. Ho così deciso di seguire un consiglio che mia madre, insegnante di matematica e scienze, mi aveva sempre dato nel corso degli anni e che fino a quel momento non avevo mai realmente preso in considerazione. Da lì ho iniziato a formarmi, a frequentare corsi di specializzazione e a costruire il percorso che mi ha permesso di entrare nelle graduatorie scolastiche di Milano e di intraprendere la professione che oggi svolgo con grande passione».
Quali sono le azioni che ha adottato nell'ambito dell'insegnamento per mostrare più vicinanza ed empatia nei confronti dei suoi alunni?
«L'empatia nei confronti dei miei studenti nasce dalla mia esperienza personale. Durante le scuole superiori ero balbuziente e soffrivo di blocchi durante le interrogazioni orali. Questo mi penalizzava molto, nonostante negli scritti ottenessi risultati eccellenti. All'epoca non esistevano le misure compensative e dispensative di oggi, quindi ho dovuto affrontare questa difficoltà facendo affidamento soprattutto sulla mia determinazione.
Con il tempo, grazie anche all'esperienza come animatore e DJ, sono riuscito a superare gran parte di queste paure. Il contatto con il pubblico mi ha aiutato a sviluppare sicurezza e, soprattutto, una maggiore sensibilità verso le emozioni degli altri.
Quando ho firmato il mio primo incarico scolastico, nel dicembre 2020, ho promesso a me stesso di diventare il professore che avrei voluto avere da studente: un insegnante capace di trasmettere conoscenze, ma anche di comprendere paure, difficoltà e stati d'animo dei ragazzi.
Per questo ho cercato di creare lezioni serene e coinvolgenti, spesso arricchite da momenti di leggerezza e sorrisi. Ho inoltre introdotto le "giornate premio", piccoli riconoscimenti per valorizzare l'impegno degli studenti. Nel corso degli anni ho distribuito marshmallow come premio per attività e sfide didattiche, mentre nel periodo natalizio sono solito festeggiare portando panettoni e pandori in tutte le mie classi. Quest'anno ho aggiunto anche una "mystery box": una scatola con un foro da cui gli studenti potevano pescare un portachiavi emoji in versione peluche.
A fine anno ho inoltre organizzato un "Kahoot Challenge" strutturato in più manches, con quiz ideati da me e costruiti su misura per i miei ragazzi, completi di spareggi e finale. Ho curato personalmente anche la conduzione vocale dell'evento, portando in classe l'esperienza maturata nel mondo dell'animazione. Come premi ho messo in palio otto buoni cena McDonald's e diversi buoni colazione.
Premetto che l'empatia non significa essere Babbo Natale. Tuttavia, il concetto di premio rientra nel percorso educativo che ho costruito per mantenere un clima gioviale, positivo e sorridente, soprattutto in una disciplina spesso percepita come poco amata, come la matematica. Credo che l'empatia si costruisca attraverso la vicinanza, l'ascolto, la fiducia reciproca e anche mediante piccoli gesti capaci di rendere la scuola un luogo più accogliente e motivante».
Pian piano lei si è fatto spazio anche nell'ambito dei social: come é nata questa nuova realtà e quale obiettivo persegue?
«Sinceramente non ho mai dato un'importanza eccessiva ai social. Tutto è nato quasi per caso alcuni anni fa, quando realizzammo un TikTok in classe. Una mia studentessa faceva finta di cantare al microfono mentre io e il resto della classe, al momento del ritornello, accendevamo le torce dei cellulari illuminando l'aula completamente al buio. Quel video ottenne un successo inaspettato, raggiungendo tante centinaia di migliaia di visualizzazioni e arrivando a sfiorare il milione.
Successivamente ho rimosso quei contenuti, anche perché oggi la normativa scolastica è giustamente molto più attenta e rigorosa sotto questi aspetti. Tuttavia, proprio grazie a quel TikTok sono stato contattato dal Corriere della Sera di Milano, che mi definì una figura non convenzionale nel mondo della scuola.
In seguito, la mia esperienza è stata raccontata attraverso articoli pubblicati dal Corriere della Sera di Milano, da Orizzonte Scuola, da Scuola.net e, più recentemente, da TGcom24 di Mediaset.
Credo che i social possano essere uno strumento utile per comunicare e condividere idee, ma non siano affatto indispensabili. Vanno utilizzati con equilibrio e spirito critico, perché spesso restituiscono un'immagine della realtà molto distante da quella vera. Personalmente cerco di usarli per trasmettere un messaggio positivo e per far conoscere il mio modo di vivere la scuola: un lavoro che svolgo con passione e nel quale metto sempre il cuore, soprattutto nel rapporto con i miei studenti».
Cosa direbbe al mondo della scuola: alunni e insegnanti?
«Al mondo della scuola, agli studenti e agli insegnanti, direi un concetto che ho già avuto modo di esprimere anche attraverso altre testate giornalistiche. Non è indispensabile che tutti i docenti siano empatici allo stesso modo, così come non è indispensabile che tutti adottino lo stesso metodo di insegnamento. I ragazzi hanno bisogno di confrontarsi con figure diverse: dal docente più empatico a quello meno empatico, da quello più dolce a quello più severo. Questo perché la scuola deve preparare alla vita reale e al mondo del lavoro, dove si incontreranno persone con caratteri e approcci molto differenti.
Proprio questa capacità di adattamento permette agli studenti di sviluppare una delle competenze più importanti in assoluto: il problem solving. Allo stesso tempo, anche gli insegnanti dovrebbero imparare ad accettare metodi diversi dai propri, pur senza necessariamente condividerli. La diversità rappresenta una ricchezza e costituisce un valore fondamentale all'interno della scuola.
Se in matematica 1 più 1 fa sempre 2, nella diversità molto spesso 1 più 1 fa 3, perché dall'incontro tra due idee differenti può nascere una terza idea ancora migliore. Per questo il messaggio che desidero lasciare è semplice: viva la capacità di adattamento degli studenti e viva la diversità tra i docenti».